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Lotta alle infiltrazioni criminali iniziando dal buon esempio

Pubblichiamo l’intervista rilasciata dal dottor Paolo Bernasconi, già Procuratore pubblico che ha collaborato con Giovanni Falcone per smantellare le organizzazioni mafiose dietro la “pizza connection”, rilasciata alla rivista “Il Dialogo” delle Acli Svizzera nell’ambito del Progetto legalità lanciato dai Comites di Basilea, Berna-Neuchatel e Zurigo, dall’Ambasciata d’Italia a Berna e altri soggetti istituzionali e della società civile.

 

Le infiltrazioni mafiose in Svizzera appaiono preoccupanti, soprattutto in Ticino dove la politica ha affrontato più volte il problema nelle sedi competenti. Siamo oltre il livello di allarme?

Anche in Italia, come in numerosi altri paesi, specialmente dell'Europa orientale e dei Balcani, alcune organizzazioni criminali si sono assicurate il controllo di determinati territori e quartieri urbani come pure di determinate attività economiche, per esempio il movimento terra nei cantieri, locali notturni, prostituzione, smaltimento dei rifiuti, mercati ortofrutticoli. Per altri paesi, come la Svizzera, non si può parlare di controllo, né territoriale né tantomeno economico. Da decenni si constatano solamente casi di infiltrazione a scopo di riciclaggio. Ciò significa che il territorio svizzero viene considerato come eccessivamente sorvegliato per tentare qualsiasi forma di controllo criminoso, anche settoriale. Pertanto, il crimine organizzato nelle sue più svariate forme (mafia, camorra, N'drangheta, Sacra corona unita e simili) utilizza il territorio svizzero per scopi ausiliari. Questo tipo di infiltrazioni è conosciuto da decenni, e sembra aumentato, come dimostra il recente processo "Rinnovamento" al Tribunale penale federale in Bellinzona, riguardante milioni della N'drangheta riciclati grazie a banche e fiduciarie in Ticino. Vi si aggiunge il decreto di condanna emesso il 15 settembre 2017 dal Ministero Pubblico della Confederazione contro un fiduciario che ha cambiato 700'000.- Euro della Camorra senza effettuare la verifiche obbligatorie.

 

Il Procuratore Generale della Confederazione Michael Lauber ha affermato lo scorso mese di febbraio in una conferenza a Lugano, che la Svizzera ha sotto sequestro 6 miliardi di franchi frutto di attività di riciclaggio di denaro e corruzione internazionale. Il problema è stato sottovalutato?

Ogni anno, le autorità giudiziarie penali in Svizzera riescono a sequestrare in media qualche centinaio di milioni. Rispetto ai miei tempi, dal 1969 al 1985, all'epoca della collaborazione con i Procuratori della Repubblica della Lombardia, Campania e Sicilia, era molto più difficile. Infatti anche in Svizzera, dal 1998, le banche, le assicurazioni, le società finanziarie e i fiduciari sono obbligati per legge a bloccare e segnalare i patrimoni di origine sospetta. Tra queste centinaia di milioni soltanto una parte è frutto di attività illecite del crimine organizzato. Vi si devono aggiungere centinaia di milioni di provento di corruzione, com’è avvenuto recentemente sequestrando i pagamenti illeciti legati a Petrobras presso una quarantina di banche svizzere, quasi tutte sotto inchiesta amministrativa. Purtroppo, i milioni della corruzione affluiscono ora anche da paesi extraeuropei. Ciò dimostra che la prevenzione da parte del sistema bancario finanziario non è ancora sufficiente, anche se molto migliore di quella di altre piazze finanziarie come Cipro, Florida, Londra, Malta, Portorico, per non parlare dell’Europa orientale e di piazze finanziarie asiatiche come Macao e Hong Kong.

 

Negli ultimi anni sono aumentati vistosamente i casi d’infiltrazioni mafiose nel Nord dell’Italia, in occasione di Expo 2015 ed anche in numerose amministrazioni comunali. Un allarme in più per la vicina Svizzera. È sbagliato concentrare l’attenzione soltanto sulle mafie italiane? Quali altri pericoli?

Da circa vent’anni è stato coniato il termine di "quarta mafia" per definire il crimine organizzato di origine meridionale che si è spostato nell’Italia settentrionale. Ovviamente, il Ticino e la Mesolcina sono territori ideali poiché qualsiasi mafioso, anche se pregiudicato, può aprire indisturbato società finanziarie e utilizzarle sfuggendo a qualsiasi controllo. Da anni questi esempi vengono pubblicati anche sui giornali. Ciò malgrado si continua a spendere molto di più per rincorrere gli accattoni o qualche migrante minorenne. Intanto, continuano ad infiltrarsi anche gruppi organizzati esteri, radicati nelle città dell'Italia settentrionale, di origine sudamericana, africana oppure balcanica.

 

Nel 2007 la strage di Duisburg fece scoprire ai cittadini europei che la ndrangheta calabrese è una “macchina da export” con ramificazioni radicate e capillari a nord delle Alpi. Ritiene che l’Europa sia pronta a gestire la sicurezza in un contesto sopranazionale? Ci sono elementi per pensare che le Istituzioni abbiano fatto in questa lotta un salto di qualità?

L'Europa centrale, orientale e balcanica, nonché i paesi mediterranei esportano senza problemi gruppi di criminalità organizzata negli altri paesi europei. Lo scambio di informazioni e la collaborazione giudiziaria e di polizia sono sempre ancora insufficienti. Si fondano sull’iniziativa e sul coraggio di qualche Magistrato o funzionario di polizia. L’esempio peggiore è da sempre quello di Londra che, notoriamente, nemmeno risponde alle domande dei Ministeri pubblici di altri paesi. D’altra parte, i Procuratori pubblici non sono specializzati per interrogare delinquenti appartenenti al crimine organizzato di altri paesi. Mancano soggiorni prolungati di addestramento nei paesi di origine del crimine organizzato. Ci si illude che qualche automobile della polizia in più per le strade possa tenere lontano il crimine organizzato, che invece si muove negli uffici e non per le strade, dietro il paravento delle società finanziarie. Notoriamente inefficace è l’obbligo del casellario giudiziale poiché le condanne vengono iscritte molti anni dopo i fatti oppure non vengono nemmeno iscritte quando sono il frutto di patteggiamento.

 

La comunità italiana è la più numerosa tra quelle immigrate in Svizzera. I fatti di Frauenfeld hanno disorientato molti italiani qui residenti. Il progetto Cultura della Legalità avallato anche dall’Ambasciata può aiutare i ragazzi a sconfiggere il mito dell’invincibilità della mafia? Cosa suggerirebbe come indispensabile?

In Italia, di progetti riguardanti la cultura della legalità ne vengono condotti parecchi da anni, nelle scuole e in altre comunità giovanili. Ottimi esempi quelli di Don Ciotti, promotore dell’Associazione Libera, come pure dell'Ordine degli avvocati di Milano. Ai giovani, però, non si deve parlare solo di teoria: bisogna presentare loro i testimoni, coloro che, come servitori dello Stato oppure come semplici cittadini e cittadine hanno rischiato del proprio per rompere l'omertà. Dimostrare loro come pochi Magistrati e poliziotti italiani abbiano ottenuto risultati formidabili. Meno professori, meno teoria, tante persone m

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