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Un'Europa forte contro i mali della globalizzazione

Intervista di Franco Narducci all'on. Patrizia Toia

Onorevole Toia, manca poco più di un anno alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e il quadro geopolitico mondiale è profondamente cambiato rispetto al 2014. Come si presenterà l’Europa al voto?

Quella che si presenterà al voto degli elettori è un’Europa molto più forte, efficiente, solida e sicura di sé rispetto a quella del 2014, anche se nel frattempo sono molto aumentate le sfide che l’UE deve affrontare. Certo difetti dell’Ue restano, a cominciare da una non sufficiente attenzione ai valori sociali rispetto a quelli economici, ma dobbiamo riconoscere che in cinque anni abbiamo fatto tanta strada, molta di più di quanta ne abbiamo fatta nei quinquenni precedenti. La verità è che nel 2014 l’Ue era in una difficoltà profondissima dal punto di vista economico e sociale a causa della grande crisi post 2008. Inoltre si manifestavano le difficoltà legate all’immigrazione e al nascere del populismo in molti Stati membri. Ora su molti di questi punti sono stati fatti passi avanti, anche grazie al coinvolgimento del nostro Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo nelle scelte fondamentali, cosa che non si era mai verificata in passato. Per capire quanto è cambiato dal 2014, basti pensare  che nel 2014 molti autorevoli commentatori prevedevano una prossima disintegrazione dell'area euro o dell'intera Unione europea. Oggi nessuno fa più questo genere di previsioni e si parla di “Riforma dell’UE” non certo di “fine” dell’UE.

 

L’elezione di Emmanuel Macron lo scorso 14 maggio 2017 aveva ridato vitalità e slancio all’Unione europea ma il perdurare della crisi tedesca, da mesi senza un governo, non le sembra che stia dissolvendo il capitale Macron?

No, anzi, la crisi politica tedesca ha offerto un palcoscenico europeo a Macron e lui lo sta sfruttando pienamente, soprattutto a livello internazionale. Dal punto di vista economico però le riforme dell’Eurozona che propone il presidente francese, che ricalcano quelle che proponiamo noi da anni, avranno bisogno della sponda di un governo tedesco con pieni poteri per essere realizzate. Le ultime notizie che arrivano da Berlino fanno intravedere una soluzione a portata di mano e il fatto che nella coalizione di governo ci siano i socialdemocratici di Martin Schulz, invece dei falchi liberali, fa ben sperare.

Tuttavia, è importante, oltre che essenziale, che accanto a Macron e alla Merkel ci sia sullo stesso piano, l’Italia con il suo peso politico e il suo contributo alle riforme per il futuro dell’UE.

 

Siamo alla fine della stagione politica di Angela Merkel e al preludio di una stagione nuova, caratterizzata da instabilità e forti preoccupazioni?

Penso che siamo alla fine di un periodo in cui le preoccupazioni economiche e di bilancio erano in cima all’agenda politica dell’Unione europea. Questo ha determinato lo strapotere tedesco di questi anni, non solo la stagione politica di Angela Merkel. Oggi la politica internazionale, la sicurezza e l’immigrazione e il lavoro e la dimensione sociale sono temi preponderanti ed è ovvio che la Germania non può avere lo stesso ruolo, essendo un gigante economico ma un grande attore geopolitico. In questa nuova fase Parigi recupererà terreno, grazie alla leadership di Macron, ma anche grazie al fatto che con la Gran Bretagna fuori dall’Ue, la Francia resta l’unica vera potenza militare europea in grado di fare scelte decisive, dal Medio Oriente alla creazione di un vero esercito europeo, ma noi, ripeto, vogliamo essere in prima linea perché non sempre, in passato e oggi le strategie geopolitiche e le azioni francesi, assunte in modo unilaterale, si sono rivelate giuste.

 

 

E i risvolti sull’economia? Fino ad ora si è sempre detto finchè tira la locomotiva tedesca ...

Non credo che la locomotiva tedesca smetterà di tirare nei prossimi anni. La vera questione è se riusciremo a fare tesoro della lezione della crisi dell’euro e a fare le riforme che servono non solo in nome del rigore, ma per la crescita a partire da una qualche forma di mutualizzazione dei debiti fino al sussidio di disoccupazione europeo.

 

Intanto avanzano forze antieuropee molto determinate come  Alternative für Deutschland o FPÖ del populista di destra Heinz Christian Strache, componente del Governo di Sebastian Kurz in Austria. Quale messaggio deve giungere ai cittadini europei dalle istituzioini comunitarie?

Da anni il populismo e l’antieuropeismo crescono perché i cittadini sono preoccupati per le conseguenze della globalizzazione, dall'economia all’immigrazione, e si lasciano ingannare da chi propone soluzioni facili e irrealizzabili. Noi tutti invece dobbiamo riuscire a far capire che l'unica vera protezione contro i mali della globalizzazione è un’Unione europea forte, unita e attenta ai bisogni dei cittadini. Insomma la verità è che le preoccupazioni degli anti europei possono trovare soluzione solo nell’Europa!!

 

Le politiche verso i migranti sono da tempo il perno delle contraddizioni e il carburante per gli antieuropeisti. È in grado l’Europa ora come ora di tracciare una nuova politica migratoria condivisa da tutti gli Stati membri?

Questa è la vera sfida dei prossimi anni perché c’è un blocco di Paesi dell'Est, a cui oggi si è, malauguratamente, aggiunta l'Austria del nuovo governo di destra, che rifiuta totalmente qualsiasi forma di accoglienza e solidarietà. Io penso che i cittadini di quei Paesi sono spaventati dalla crisi migratoria del 2015 ma sono migliori dei loro governanti. Se Bruxelles saprà essere ferma sui propri principi democratici e di solidarietà, dimostrando allo stesso tempo di avere la capacità di gestire la situazione, con il tempo si potranno ricomporre queste fratture. Una politica realistica, intelligente, efficace e insieme solidale deve essere la risposta più giusta e, anche, più rassicurante!

 

Molti europeisti convinti non capiscono i tentennamenti di fronte agli ostacoli frapposti dalla Polonia e in generale dal cosiddetto gruppo di Visegràd, apertamente ostili ai valori di comunanza dell’UE. Ora pare che la Commissione abbia messo in moto una procedura più pesante contro la Polonia. Non le sembra che occorra un’accelerazione verso l’Europa a due velocità per affrancarsi dai ricatti e dal senso d’impotenza?

Sono due temi distinti. L’Europa a due velocità può essere un modo di procedere su alcuni temi specifici, come la procura europea, a patto di dare sempre a tutti la possibilità di partecipare in un secondo momento, ciò a patto che non sia una politica che crea una frattura all’interno dell’UE. Sui diritti e sulle libertà fondamentali però non ci sono e non ci possono essere due velocità. Esiste un’unica Unione europea e un’unica Carta europea per i diritti fondamentali e l’Ue deve imparare a far rispettare quei diritti con la stessa attenzione e lo stesso puntiglio con cui chiede il rispetto dei parametri economici!! Noi eurodeputati Pd insistiamo da tempo su questo punto.

 

Nel suo ruolo di Vice Presidente della Commissione per l’Industria, la ricerca e l’energia è confrontata con le tematiche che più hanno agitato l’Europa in questi anni di crisi: lavoro e occupazione. Crede che la recente approvazione del Pilastro europeo dei diritti sociali possa ridare fiducia ai cittadini europei e far superare le divergenze sociali all’interno dell’eurozona?

Personalmente mi batto da anni per un’economia più attenta ai valori sociali, sia nella commissione Industria, sia nell’intergruppo parlamentare sull’economia sociale di cui faccio parte da molti anni e sono convinta che crescita e coesione sociale non solo possono ma DEVONO andare di pari passo. La crisi dell’euro, e dal 2014 la forza del Gruppo S&D e del PD, hanno creato le condizioni per far ascoltare le nostre richieste. Nel 2014 per ottenere il nostro appoggio il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha dovuto prometterci la creazione di un Pilastro europeo dei diritti sociali che oggi è stato sottoscritto da tutti i leader Ue. Ora si tratta di applicare concretamente questi principi per superare le fratture sociali di questi anni. Accanto al pilastro dei diritti sociali abbiamo chiesto e ottenuto la flessibilità contro il solo rigore dell’austerità e un piano d’investimento, il cosiddetto Piano Juncker.

 

Sabino Cassese ha scritto di recente che l’Unione Europea è la più ingegnosa costruzione politica del XX Secolo, non solo per averci dato oltre mezzo secolo di pace. Ora - grazie anche all’effetto Trump - sembra che l’Europa stia affrontando più unita partite come la politica estera e la sicurezza comune. Non crede che le politiche unitarie sul piano economico e fiscale siano prioritarie, soprattutto per rilanciare lavoro e occupazione?

Sì l’occupazione per me è l’emergenza numero uno, ma politica estera, sicurezza comune ed economia sono temi ugualmente importanti e fortemente interdipendenti. Non possiamo illuderci di poter trascurarne qualcuno. Se ad esempio avessimo avuto una politica estera e di sicurezza più forte e unita forse avremmo potuto giocare un ruolo più incisivo in Siria e forse la crisi migratoria del 2015 non sarebbe stata così drammatica, con tutte le conseguenze politiche che ne sono derivate. Oppure, se sapremo gestire i conflitti e l’instabilità che circonda l’Europa forse nei prossimi anni potremo spendere i soldi pubblici per creare crescita e occupazione invece che per finanziare necessarie, ma costose, missioni militari all’estero.

 

L’economia è tornata a crescere in tutta l’Europa dopo un lungo periodo asfittico e dunque ci sono le condizioni per ristabilire condizioni di lavoro migliori e più eque verso adulti e giovani ...

Decisamente. Fino ad oggi l’emergenza è stata il Pil. Ora che il Pil è tornato a crescere ci vuole una politica determinata e consapevole che traduca la crescita in eguaglianza. Il mercato da solo non farà per noi questo lavoro. Oggi dovrebbe essere chiaro a tutti.

 

Però Garanzia Giovani è stata messa sotto accusa per la mancanza di risultati: i “Neet” costano allo Stato 36 miliardi ma rischiano di diventare un costo sociale permanente ha titolato il Corriere della Sera. Perché l’Italia non introduce un sistema vero di formazione duale, scuola e lavoro, in uscita dall’istruzione dell’obbligo, prendendo ad esempio pari pari il modello tedesco?

La Garanzia Europa per i Giovani può essere migliorata ma ha dato, soprattutto in alcuni paesi, risultati concreti e ha rappresentato un grande passo avanti per un’Europa che fino a ieri si occupava solo di aziende. Va fatto molto di più, ma la direzione è quella giusta. E anche le riforme approvate in Italia in questi ultimi cinque anni sono andate proprio nella direzione di una formazione che includa scuola e lavoro come succede in Germania.

 

Una questione che tocca molto da vicino la sua Commissione è quella della 4° rivoluzione industriale. Secondo il World Economic Forum la digitalizzazione costerà 5,1 milioni di posti di lavoro a fronte di 2 milioni di nuovi posti di lavoro. Robotica e intelligenza artificiale, nonostante l’impatto immediato sul lavoro, sono tuttavia fondamentali per competere nel mercato globale. A che punto siamo nell’UE?

L’Unione europea ha già approvato un piano da 50 miliardi di euro che prevede una serie di misure per coordinare gli sforzi degli Stati membri per la digitalizzazione dell’industria e dei servizi ad essa collegati su tutto il territorio comunitario, con una forte spinta agli investimenti congiunti tra settori diversi attraverso partnership strategiche e reti di imprese.

Siamo tutti concordi che l’innovazione va incentivata (per dare maggiore competitività all’industria europea) soprattutto sul piano digitale, ma dobbiamo anche essere consapevoli che questo processo digitale porterà ad uno “stravolgimento” del mercato del lavoro. Se vogliamo cogliere le opportunità di questa trasformazione dobbiamo lavorare sulla formazione e sulle competenze lavorative della futura generazione per prepararla alle caratteristiche dei posti di lavoro (diversi) che si creeranno.

 

Concludendo onorevole Toia, vorremmo ricordare la famosa frase pronunciata anni fa da Henry Kissinger, “chi devo chiamare se voglio parlare con l'Europa?”, per chiederle se oggi l’UE funziona meglio ed è meno burocratica di come la dipingono gli antieuropeisti viscerali.

L’Unione europea reale è molto diversa da quella raccontata dagli antieuropeisti. Ma noi vogliamo naturalmente cambiarla molto di più e migliorarla per renderla più democratica. Noi proponiamo anche, ad esempio, di riunire le figure di presidente della Commissione e presidente del Consiglio Ue e come Pd e Gruppo S&D abbiamo scelto il metodo delle primarie per scegliere i candidati a quella carica. Insomma, fosse per noi il numero unico ci sarebbe già e darebbe immediate risposte. Ad ostacolare queste riforme in senso federalista sono proprio quelli che poi si lamentano del fatto che in Europa non c'è una figura di riferimento che comanda davvero e che l’Europa non abbia gli strumenti necessari per essere efficace.

Conta però anche la qualità della leadership, non solo la sua forza. Se potessi rispondere a Henry Kissinger gli direi, ad esempio, di chiamare Juncker. Certo, non ha gli stessi poteri di un presidente americano, ma voi preferireste una telefonata con Juncker o con Donald Trump?

 

 

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